Recentemente ho letto il libro di Massimo Gramellini "Dieci Anni", una raccolta dei "Buongiorno" del quotidiano La Stampa dal 12 ottobre 1999 al 12 ottobre 2009. A parte il consiglio di leggerlo - per chi apprezza Gramellini che personalmente ritengo un ottimo giornalista - in questa sede desidero riportare il Buongiorno del 30 giugno 2005.
Da quando Z non gioca più - Napoli, metà anni Ottanta. Un giorno in cui stranamente aveva deciso di allenarsi, Maradona guardò i giornalisti con aria di sfida e appoggiò cinque palloni sulla linea di fondo, nel punto in cui s'interseca con l'area piccola. Da lì la porta incombe, ma non si vede: il palo esterno è un muro. Fare gol non è difficile. E' impossibile. La palla deve compiere una sterzata di 90 gradi e violare una mezza dozzina di leggi fisiche. Maradona calciò i cinque palloni, segnando cinque gol. I giornalisti, allibiti, non trovarono neanche la forza di applaudire. Gli altri giocatori del Napoli erano già sotto la doccia, tranne una giovane riserva che si era fermata in contemplazione. Recuperò i palloni in fondo alla rete e li riportò dove li aveva messi Maradona. Era persino più piccolo di lui. Calciò cinque volte e cinque volte prese il palo. Si accoccolò sull'erba, piegando la testa sulle ginocchia. Maradona, che in queste cose era sublime, gliela accarezzò: «Alla tua età non ci riuscivo nemmeno io». E presogli un piede, gli mostrò il punto esatto in cui andava colpita la palla. La riserva provò e riprovò, anche dopo che Maradona se ne fu andato, finché non sentimmo il suo urlo: «Gooool!» Così compresi ciò che fino a quel momento avevo soltanto pensato: il talento conta nulla senza il carattere. Pura potenzialità, se non c'è la tenacia a dargli una forma. Il ragazzino che me lo insegnò si è ritirato ieri a 39 anni. Grande campione e grande uomo. Mestiere persino più difficile, specie per chi debba conciliarlo con quello di campione. E allora grazie, Gianfranco Zola.
Mi sembra una esemplificazione perfetta della parabola evangelica dei talenti applicata al mondo dello sport la cui morale, nella sua profondità, é di una semplicità disarmante: ognuno di noi nasce con una più o meno cospicua dote di talento, vale a dire quella qualità naturale per cui si é portati a distinguersi dando il meglio di sé in un determinato campo, nello sport, nell'arte, nella musica e così via. Si tratta di riconoscerlo, di proteggerlo e di farlo crescere come un bimbo, evitando accuratamente di esagerarne le potenzialità ma accompagnandolo sempre con cura e pazienza, ma soprattutto con grande volontà e determinazione: in fondo questa é l'unica, tradizionale ma tuttora validissima ricetta per diventare campioni, nello sport come nella vita.
Elisa
Tanti auguri a...





